Fare costa, non fare costa di più

Quante volte l’abbiamo odiata, detestata. Quella montagnola che ci limita (a volte ci impedisce) la vista della punta dei nostri piedi. Quando ti alzi e chini la testa all’giù. La pancia. La trattiamo da problema individuale, da privato fardello. E sbagliamo. I chili di troppo sono in realtà un problema sociale. Anzi, di più, un problema economico mondiale. Lo confermano i dati di una ricerca condotta dall’Economist Intelligence Unit, centro studi che fa capo al prestigioso settimanale economico britannico, ricerca finanziata dalla multinazionale farmaceutica danese Novo Nordisk.
L’epidemia silenziosa. La ricerca definisce così l’impatto del diabete a livello planetario. Un male che ha motivi genetici nel caso del diabete di Tipo 1, ma radici legate al sovrappeso e allo stile di vita nel caso del diabete di Tipo 2. Il paradosso è che la situazione economica mondiale migliora, migliorano i sistemi sanitari, si allunga la vita media ma, in parallelo, aumentano i diabetici. La ricerca dell’Economist ricorda che nel 2007, al mondo, 246 milioni di persone hanno il diabete: il 5,9% della popolazione fra i 20 e i 79 anni d’età. Ma soprattutto ci mette in guardia. In assenza di interventi, nel 2025 ci saranno 380 milioni di diabetici, il 7,1% della popolazione. Questa “epidemia” è silenziosa perché meno “clamorosa” di altre malattie molto diffuse, ma non per questo è meno pericolosa. E costosa.
Quanto ci costa. La ricerca ha studiato cinque Paesi: Cina, Danimarca, India, Gran Bretagna e Stati Uniti. E regala subito sorprese. Il diabete è una “malattia del benessere”, legata ai chili di troppo e a una vita sedentaria. Francine Kaufman, pediatra endocrinologa molto quotata in America ha coniato il termine “diabesity”, diabesità per descrivere il mix di diabete e obesità che colpisce sempre più bambini. Fenomeni tipici della parte ricca del mondo. Questo pensavamo e questo è senza dubbio vero. Ma in realtà questa malattia si diffonde anche nei Paesi in via di sviluppo e appesantisce le economie anche dei Paesi in rapida crescita. Fra le 5 nazioni studiate è infatti l’India quella che sostiene i costi economici maggiori dovuti alla diffusione del diabete, che pesano per l’equivalente del 2,1% del Pil, il reddito nazionale; in India il 6,2% della popolazione fra 20 e 79 anni ha il diabete . Per la Cina (4,3% di diabetici) è stata invece calcolata una perdita di produttività del sistema economico che tocca lo 0,6% del Pil. I costi diretti e indiretti del diabete bruciano l’1,3% del Pil negli Stati Uniti, che è la nazione analizzata nel rapporto col più alto tasso di diabetici, 9,2%. La cifra scende allo 0,6% in Danimarca (6% di diabetici), allo 0,4% in Gran Bretagna che ha anche un livello inferiore di diabetici: 5,2% della popolazione adulta.
Il diabete dei poveri. La globalizzazione significa anche questo. Lo studio dell’Economist rivela che indiani, cinesi e arabi hanno una predisposizione al diabete superiore a quella degli europei. Nei paesi poveri, come la Tanzania, ad esempio, o nelle zone rurali dell’India, mamme che sono malnutrite durante la gravidanza danno alla luce bimbi “allenati” a vivere con poco. E così, paradossalmente, se le loro condizioni di vita migliorano, questi bimbi, cresciuti, si ammalano di diabete, perché un’alimentazione che è normale per altri diventa eccessiva per loro. In India, si ammalano di diabete individui con percentuali corporee di massa grassa considerate normali in Europa. Come emerge chiaramente dai dati, l’India ha una percentuale di diabetici ancora inferiore a quella degli Stati Uniti, ma, a causa della malattia, sopporta già costi economici superiori.
Potenti barriere. Quelle che si frappongono alla prevenzione del diabete. Resistenze culturali a un regime alimentare e a uno stile di vita più salutari; la miope attenzione ai costi a breve termine rispetto alle implicazioni a lungo termine; l’assenza in molti Paesi (come gli Usa) di una copertura sanitaria universale. Per cambiare la mentalità della gente ci vorranno decenni, ma nel frattempo non si può rimanere con le mani in mano. E qui entra in ballo la politica, che deve sostenere campagne di sensibilizzazione fra persone con diabete e personale medico, e la ricerca scientifica nel campo dei farmaci.
Fare, non fare. Fare costa, non far nulla costa di più. Gli Stati Uniti spendono molto, il 6% del proprio budget sanitario, per trattare il diabete e le sue complicanze. Ma i diabetici non diagnosticati e trattati nelle fasi iniziali della malattia hanno maggiori possibilità di soffrire di complicazioni gravi come ad esempio le cardiopatie. Che sono ben più pericolose. E ben più care da curare. No, quella montagnola all’altezza della cintura non è solo un nostro problema individuale. Decisa mente no.

Dario Laruffa
Giornalista RAI