Insieme alla 10 Colli

Come raccontare questa splendida esperienza che ha visto insieme pazienti e team diabetologici in una delle più appassionanti e frequentate maratone ciclistiche? Come rendere al lettore le emozioni, le attese, la voglia di dimostrare nei fatti che si può fare?
Fortemente voluta dall’Associa-zione Diabetici di Bologna, sostenuta dal team diabetologico dell’UO di Malattie del Metabolismo dell’Università di Bologna, la manifestazione ha radunato altri diabetologi emiliano-romagnoli e un gruppo di pazienti con diabete tipo 1 e 2 (una quindicina in tutto), per correre insieme lungo il tracciato più breve (solo 5 colli, ma pur sempre quasi 100 km).
Dopo la foto-ricordo alla partenza (nel gruppo anche un infiltrato), il serpentone dei circa 4000 partecipanti si allunga sulla strada che lascia Bologna verso la valle del torrente Zena, da sempre paradiso dei ciclisti bolognesi. Ognuno ha l’occhio sulla ruota del compagno che precede, il naso al vento sollevato dal plotone, la mente al “mostro” che ci aspetta. E si cercano le maglie sgargianti dei compagni, ci si intreccia con le maglie di altri amici e colleghi con cui si sono condivise alcune uscite di allenamento, soprattutto si gioisce di una splendida giornata di sole fresco e di vento leggero.
Sulla prima salita il gruppo si spezza in tanti tronconi e al primo ristoro, dopo 40 km, si mangia qualcosa, si beve, ci si aspetta. Poi il tuffo in discesa nella valle dell’Idice, ma la fatica riprende presto con la salita più lunga agli 800 m. slm di Monghidoro, ai confini con la Toscana. Da lì il pensiero è tutto sul “mostro”. E così ci si “polleggia” nella lunga discesa, si affrontano di un balzo le contropendenze di Livergnano, si scende fino alla valle del Savena e da lì si risale per la collina che chiude a sud la pianura padana e alla quale è appoggiata Bologna.
Sulla collina la fatica comincia a farsi sentire! Siamo in bicicletta da oltre 3 ore, a una media oraria impossibile per poveri amatori, presi dalla foga del pedalare insieme. Ci siamo quasi dimenticati del “mostro”, ma a meno di dieci chilometri dall’arrivo, quando le energie sono ormai al lumicino, eccolo davanti alla ruota in tutta la sua impossibile pendenza. Il “mostro” che abbiamo temuto fin dalla partenza altro non è che la salita più dura, quella che abbiamo sempre evitato tornando in bici a Bologna, da qualunque parte arrivassimo.
È nota ai bolognesi come “la cioza” (forma dialettale, “la chioccia”), perché forse lì ci si ferma, ci si mette a sedere (ammesso che si faccia in tempo), ma per terra. Sono soltanto un paio di centinaia di metri, ma la pendenza è largamente superiore al 20% nel suo punto più duro. E quando il glicogeno se ne è andato e anche la mente è meno lucida – un errore nel cambio è imperdonabile- la velocità può scendere sotto i 5 km/ora e il ribaltamento è assicurato. Sulla strada ci sono i segni che è dura per tutti. Alcuni sono in terra, altri cadono trascinando nella caduta quanti li seguono, altri scendono ma non riescono nemmeno a reggersi in piedi fra la fatica e le scarpe col puntale, tale è la pendenza. E il pubblico incita, ma c’è ormai poco da incitare! Sembra più che altro uno “sfottò”. In qualche modo passiamo, chi in sella, chi a piedi, chi quasi strisciando, e allora via nel toboga della strada che scende all’impazzata dentro Bologna.
È un attimo arrivare sul traguardo dei giardini “Margherita”. Nelle orecchie le sirene che annunciano l’arrivo dei “big”, che stanno completando la “10 Colli” di 165 km nel tempo che noi abbiamo impiegato per fare la corsa più breveSiamo di nuovo tutti insieme a mangiare una pasta, a bere sali, a guardare il contachilometri e l’indicatore della velocità media, a raccontarci i momenti facili e quelli meno facili (per tutti c’è un commento su “la cioza”). Al traguardo si scattano foto, si aspettano gli amici e tutti insieme a festeggiare gli ultimi e anche l’infiltrato. Un’unica certezza per tutti. Si può fare ed è stato bello farlo insieme.
In una giornata come questa le classifiche non contano, ma per gli amanti delle statistiche segnaliamo che al primo posto è un giovane col diabete tipo 1, al secondo un giovane psicologo; solo terzo il primo dei medici, che partiva con 30 anni e 20 kg di handicap rispetto ai primi due.

Giulio Marchesini
giulio.marchesini@unibo.it