Just Me Myself &… Running il mio 6% Mellito

Vorrei qui esprimere il mio approccio al running e allo sport, senza metterci di mezzo associazioni, gruppi, progetti, solidarietà. Semplicemente il mio punto di vista, frutto di una sinergia tra quotidianità, terapia, autocontrollo, pratica sportiva, confronto con me stesso e con gli altri. Spero di trovare le parole giuste senza scendere sul terreno vischioso dei proclami buonisti o della retorica: cercherò anzi di essere anche un po’ diab:eticamente scorretto!
Cristian Agnoli, ma se preferite, Cì, con la “i” un po’ lunga così si sorride: ciiiiiiiiiiiiii. 36 anni, ovvero 436 mesi di vita, di cui solo 28 da DM1, cioè il 6% della mia esistenza totale. Poco tempo in compagnia dell’amico mellito. Quindi quello che dirò va sempre rapportato al mio 6%, ma per parlare di diabete non serve il quorum.
Nel mio microscopico “cosmo mellito”, ho cercato comunque di fare un po’ di compiti a casa e penso di poter esprimere la mia modesta e personalissima opinione. Forse perché non vedo alternative, forse perché ho vissuto da vicino malattie assai peggiori e degenerative, ho scelto di reagire subito e non perdere troppo tempo per metabolizzare la patologia: ho e sto cercando, tra alti e bassi (ma gli alti sono molto più dei bassi), di viverla come opportunità per conoscermi più a fondo, e sfruttando lo sport per stare meglio oltre che per togliermi qualche piccola soddisfazione personale. Gioie interiori, ma anche condivise con altri compagni di diabete, in uno scambio continuo di esperienze e informazioni, dove si dà e si prende in diversa misura. Ho commesso (e in parte commetto ancora) un po’ tutti gli errori del podista medio, e da diabetico, ci ho aggiunto anche quelli relativi alla gestione della patologia. Per carità mai gravi disattenzioni, se è vero che non ho mai dovuto interrompere un allenamento o farmi soccorrere da qualcuno. Pian piano ho creato un mio approccio allo sport a glicemia controllata che “sta in piedi”, leggendo, informandomi ma soprattutto testandomi, con una buona dose di autodisciplina, costanza, determinazione. Mi alleno, mi critico, mi studio, mi racconto, mi analizzo, con un pizzico di autoironia che non guasta mai … anche quando sono un po’ cotto, le gambe non girano come dovrebbero, le sensazioni non sono il massimo, la mia vita privata non va come dovrebbe, mi trovo in un periodo no. Insomma faccio sport e tutto il resto fa parte del gioco e ci gira intorno.
Non vanto un passato giovanile di educazione allo sport e non credo nemmeno di essere dotato di particolari caratteristiche fisiche. Come è evidente, non sono un atleta di livello assoluto e nemmeno relativo, con riscontri cronometrici forse discreti, che mi annoverano tra l’enorme massa di sportivi amatori anonimi: uno dei tanti “signor nessuno” che dedicano tempo, fatica, energie e risorse alle propria passione sportiva e alimentano il “movimento”, per misurarsi con se stessi, con gli altri, prendendo risultati buoni e cattivi con filosofia.
Considerando una media di 20 allenamenti mensili, tra due piedi e due ruote, nei miei 28 mesi da DM1, il famoso 6%, ho cumulato circa 560 confronti diretti con lo sport, gare amatoriali competitive comprese, tra cui includo una ventina di mezze maratone (PB 1h25,48), 6 maratone (PB 3h09,29) e svariate corse in montagna o media montagna (Drei Zinnen, Ecomaratona del Maniva etc). Passando alle due ruote, invece, 2 cicloviaggi in autonomia e senza assistenza (Ciclotraversata delle Alpi Occidentali 2006, Ciclotour del Madagascar 2007) e una dozzina di medio fondo di ciclismo su strada (gare da 100 a 140 km).
Il mio peso corporeo varia tra i 69 e i 71 kg per 177 cm di altezza. Ho un fisico piuttosto muscolare e ho ancora da lavorare per trasformare le mie cosce da calciatore in gambette nervose e reattive da maratoneta, sempre se ci riuscirò. Il quadro clinico al momento è buono con tutti i valori pressoché nella norma.
Con gli strumenti, i cibi e le insuline di oggi è possibile adattare il diabete alla propria vita in maniera quasi ottimale. Io non vedo il rischio ipo/iper glicemia come conseguenza dello sport o dell’intestardirsi a volerlo praticare. Lo considero semplicemente come un elemento parte della vita di ciascuno diabetico che non è accentuato di per sé dal fare attività fisica, ma che va gestito e affrontato.
Ci sto lavorando su, riflettendoci molto e testandomi, con la possibilità anche di ritornare sui miei passi. In ogni caso raramente le mie difficoltà sono legate al diabete o alla glicemia, ma piuttosto a situazioni di stress determinate dall’attività professionale intensa, la mia emotività, le mie “patturnie”, gli impegni, le poche ore di sonno, il non poter sempre gestire i ritmi di vita come vorrei. E in questo mio “mood” ho inserito anche la gestione del diabete.
La logica “binaria” sì/no, uno/due, giusto/sbagliato, bianco/nero, spesso non è sufficiente. Ci dobbiamo abituare a essere “fuzzy”, a gestire la complessità e a porci di fronte ai problemi con apertura mentale, mettendoci sempre in discussione e senza compartimenti stagni. Insomma non è l’ipo o l’iper puntuale il problema, ma gestire la terapia in base a piani variabili, senza regole troppo rigide e soprattutto senza “sperare” che sia l’insulina o lo strumento, o tanto meno l’ambiente esterno o il sistema, a fare quello che deve fare la nostra testa.
Ritengo che il comportamento da adottare nella gestione del diabete sia quello conciliabile con il lungo periodo. Una terapia, una dieta, un programma di attività motoria, funzionano e sono utili quando sono sostenibili nel tempo.
Spesso mi interrogo sulla ragione per cui almeno 4 volte, ma più spesso 5 o 6 mi ritrovo ad allenarmi, a fine giornata lavorativa, anche quando mi sento stanco, ho avuto una giornata dura, il tempo è brutto e piove, mi devo svegliare presto: la risposta…
Passione! Io corro per stare meglio e per sentirmi più libero e per la stessa ragione credo nello strumento del “racconto biografico”, che non è fatto solo di buoni propositi e comportamenti esemplari, ma anche di sbagli nel gestire l’insulina o la preparazione atletica, controlli glicemici affrettati, eccesso di confidenza, cattive abitudini alimentari. Credo che nulla vada nascosto specie se ci poniamo come testimonianza aperta. Non nascondo grossolani errori di valutazione, ma cerco di “lavorare su me stesso”.
C’è sempre da imparare, che si sia diabetici da due o da trent’anni. E questo vale per tutti, atleti con diabete, diabetici sedentari, dottori, persone coinvolte nel diabete. Credo che l’attività sportiva ci permette di fare un salto di qualità. Invito tutti a fare sport nel miglior modo possibile in relazione al proprio stato psicofisico. Senza illudersi che ciò non costi fatica, tanta fatica. Lo sport, come il diabete, necessita di autodisciplina e sopportazione dello sforzo. Se non ficchiamo in testa alle persone con diabete, giovani, adulti e anziani, che l’attività fisica per essere generatrice di benefici effetti implica un minimo sindacale di sforzo e risolutezza, è tutto inutile. Nessuna insulina da sola fa il lavoro per il diabetico, nessuno strumento, nessun dottore, nessun glucometro, nessun holter metabolico, nessun gruppo di sostegno.  Dipende da noi e dalla nostra forza interiore…  anche per questo corro…
Ritengo fondamentale condurre la mia vita, in cui l’amico mellito ha un’incidenza non trascurabile, attribuendo però al diabete il giusto peso. Ovvio che sono condizionato da tante attenzioni giornaliere, ma le ho fatte diventare parte naturale del mio quotidiano, senza avvertirle come un fardello insopportabile.
E così cerco di non far pesare la mia condizione al prossimo: non sopporto l’idea che il mio “mellito status” sia una preoccupazione, un’ansia, un condizionamento per chi mi sta vicino. Adotto tutti gli accorgimenti per evitare di “pesare” sulla vita degli altri.
Per questo presto attenzione alla mia salute: anche quando vivo un avventura sportiva o un esperienza fuori dall’ordinario, non lascio mai a casa la testa e il buon senso: in un concetto a 360 gradi che non riguarda solo la terapia. Cerco di essere in forma, attivo, per avere la forza, la mente lucida e le energie per prendere la decisione “giusta”, il rimedio “necessario”. Meno il diabete pesa a noi stessi, meno peserà agli altri. E più sapremo parlarne a noi stessi più lo faremo con gli altri in serenità, senza chiedere compassione, ma consci dei nostri diritti di “pazienti” e del nostro dirittto-dovere alla salute e a vivere al meglio delle nostre possibilità in un contesto sociale aperto.
Il mio obiettivo sportivo-terapeutico di lungo periodo: ottimizzare il rapporto tra insulina, controllo glicemico e compensazione metabolica. Il tutto cercando di essere propositivo, sorridere dentro di me quando non riesco a farlo fuori di me, avere idee e voglia di fare.
La felicità è una conseguenza della propositività e del credere in quello che fai. Correre (e fare sport) fino alla fine dei miei giorni per la mia salute psico fisica, perché credo che muoversi sia fondamentale per vivere a lungo e bene.


Cristian Agnoli
chretien@alice.it