La piramide dell’attività fisica

L’aumento dell’incidenza del diabete mellito, evidenziato dai dati prodotti dall’OMS e dalle organizzazioni scientifiche internazionali sul diabete (IDF, EASD, ADA), portano a supporre con ragionevole certezza, che questa patologia costituirà uno dei problemi reali con i quali il sistema medico sanitario dovrà misurarsi nel prossimo futuro. Le iniziative in atto portano alla definizione di percorsi e strategie atte a migliorare la prevenzione, la cura e gli interventi educazionali per una più approfondita conoscenza di tale patologia e per migliorare la qualità di vita dei soggetti affetti da diabete. Nei protocolli terapeutici, oltre alla terapia farmacologica e a quella dietetica, l’esercizio fisico rappresenta un intervento primario per un approccio corretto al paziente diabetico in quanto può migliorare il controllo metabolico, aiutare a prevenire le complicanze cardiovascolari e favorire il benessere psicofisico.

Nel diabete di tipo 1 o insulino-dipendendente, l’attività motoria contribuisce a ridurre l’insulina esogena, permette una maggiore flessibilità degli schemi dietetico alimentari e consente una migliore socializzazione. Nel diabete di tipo 2, l’attività motoria consente una riduzione del peso corporeo con il conseguente miglioramento della sensibilità dei tessuti all’insulina. L’esercizio fisico deve pertanto essere raccomandato come parte integrante del trattamento del diabete. Tale convinzione scaturisce dall’evidenza sperimentale che l’attività fisica determi- na una riduzione dei livelli glicemici. L’esercizio fisico comprende due grandi capitoli, l’attività motoria e l’attività sportiva. L’attività motoria (cioè quella effettuata nel lavoro, nel tempo libero, nello sport amatoriale e competitivo) è, secondo le leggi fisiche, l’espressione biomeccanica del movimento per le sue implicazioni sul sistema muscolo-scheletrico, neuroendocrino e cardiovascolare. Nei percorsi d’accesso all’attività motoria bisogna pertanto prendere in considerazione diverse variabili. Ciò avviene attraverso un’iniziale analisi di prerequisiti che permettano di elaborare una corretta programmazione del percorso terapeutico riguardo l’attività motoria, ponendosi come obiettivo il miglioramento della qualità di vita del paziente diabetico. Bisogna così individuare strategie per la motivazione del paziente diabetico, stabilire gli interventi educativi più efficaci e predisporre strumenti di controllo e di verifica. Il diabetico, quindi, deve essere messo in condizioni di partecipare attivamente e coscientemente, senza nessuna imposizione. Tre, fondamentalmente, i prerequisiti da prendere in considerazione: generali, metabolici e fisici. Fra i primi oltre all’età bisogna tenere conto del livello culturale, dell’ambiente, della famiglia. Fra quelli metabolici il tipo, la durata della malattia, la terapia dietetico-farmacologica, lo screening delle complicanze ecc. Infine, fra i prerequisiti fisici bisogna considerare il BMI, lo sviluppo muscolo-scheletrico, lo stato fisico attuale e la mobilità articolare. Nasce così il concetto di Piramide dell’Attività Fisica nel Diabete, percorso educativo specifico e pianificato che attraverso passaggi obbligati e vincolanti si snoda progressivamente verso il vertice della piramide. Alla base di questa vi è l’attività fisica che può e deve essere esercitata da tutti (diabetici e non) per il benessere psicofisico dell’individuo: è il punto di partenza e di sostegno di tutta la parte sovrastante della piramide.

Il gradino successivo è rappresentato dall’attività fisica riabilitativa, (piede diabetico, pregresso infarto e/o ictus ecc.) dall’attività motoria e muscolare, i cui effetti biomeccanici hanno un impatto positivo sul sistema muscolo-scheletrico e su quello endocrino. Si può quindi accedere alla sezione superiore che comprende fitness (attività fisica programmata con attrezzature specifiche) e walking, inteso come fitwalking (camminata veloce), attività regina a livello salutistico per il miglioramento dello stile e della qualità di vita del diabetico. Si passa così all’attività sportiva non competitiva (amatoriale o dilettantistica) prima di giungere al vertice della piramide, cioè all’attività sportiva agonistica. Il tutto deve essere rapportato ad un intervento interdisciplinare, che preveda cioè l’intervento di più settori specialistici (cardiologo, neurologo, oculista ecc.) e multidisciplinare, con l’intervento cioè di più figure professionali (diabetologo, infermiere, dietista, psicologo ecc.). In questo contesto entra d’obbligo una nuova figura professionale, quella del trainer o operatore di fitness metabolica. Lo studio dell’attività fisica, connessa al diabete, deve pertanto essere effettuato in sinergia fra gli operatori del Metabolismo, della Medicina dello Sport e gli esperti in Scienze Motorie.
La Medicina dello Sport infatti abbraccia tutti i gli aspetti medici dello sport e dell’esercizio fisico (diverse specialità sportive, biomeccanica, medicina clinica, controllo motorio, fisiologia dell’esercizio acuto e prolungato) mentre le Scienze Motorie comprendono tutti gli aspetti della fisiologia dell’esercizio.

Maurizio Di Mauro
Direttore Cramd
Università di Catania