Marco Peruffo – alpinista

ALPINISMO: TRA GIOCO E PASSIONE
Incrocio lo sguardo compiaciuto ed orgoglioso di Giacomino, dieci anni appena compiuti, ma già molti di tenera vita alle spalle condivisa con il diabete, mentre racconta, concitato, alla sua mamma e ai suoi fratelli, l’impresa compiuta il giorno precedente: è un profluvio di parole e di emozioni che sgorgano con l’irruenza di un fiume in piena. Racconta dei crateri, dei fumi di zolfo, della sabbia vulcanica, della discesa a rotta di collo giù per canaloni di finissima ghiaia e ancora della neve che, per la prima volta, ha calpestato vicino alla bocca dell’Etna. In poche ed incisive frasi condensa le fasi salienti della scalata: la stanchezza, i momenti di difficoltà così come la gioia della cima, forse per lui la prima di una serie di giornate intense da custodire a lungo tra i propri ricordi.
La Montagna, quella vissuta in piccole e grandi fatiche quotidiane, è stato l’elemento che ha accomunato per qualche tempo la mia passione di alpinista errabondo ad un manipolo di coraggiosi ragazzi diabetici siciliani nella salita all’Etna, ciascuno portando con se il proprio modo di essere, le proprie origini, le proprie emozioni ed il proprio modo di percepire il diabete. Frammenti di vita e di luce, di scoperta, unici ed irripetibili. E’ la magia che si rigenera ogni qualvolta si va per monti e si sale verso l’alto: la rivelazione di una realtà separata, un nuovo e diverso mondo dove poter esprimere se stessi. È la magia insita in quell’intrinseco piacere di godere la pace con noi stessi e l’armonia con il “tutto” rappresentato dalla natura, regalata a chi è disposto a mettersi in discussione, misurandosi con la fatica non solo di salire, ma forse ancor di più, con la fatica di capire e di capirsi.
Ecco allora che l’alpinismo e con esso la Montagna, appaiono come un’occasione preziosa per crescere, alle volte anche in modo assai efficace e dove l’andar per monti raffigura solo l’aspetto fisico, esteriore, di un cammino che inizia dal sentiero dell’anima. Grazie all’alpinismo sono riuscito ad accettare il diabete, prendendo atto di una alterazione del mio stato di salute che mi ha consentito di guardare la vita da un’altra prospettiva.
Ogni traguardo raggiunto è stato e sarà un qualcosa in più rispetto alla vita stessa. Una cima raggiunta ha un sapore del tutto particolare, perché la vera partita si gioca altrove, su di un altro piano: non mi è possibile infatti realizzare un grande progetto alpinistico senza considerare attentamente il diabete, inseparabile compagno di viaggio e di cordata. Desiderare dunque di migliorarsi e alle volte anche di superarsi, significa assumersi la responsabilità di ampliare i propri orizzonti e le proprie conoscenze, con impegno e tenacia, cercando di tirar fuori il meglio di sé in un instancabile lavoro di approfondimento sulle variabili che incidono sulla vita e, soprattutto, capendo le dinamiche sottese al diabete.
Una scalata non vale certamente la vita ed in questo senso l’alpinismo è stato un buon mentore insegnandomi a valutare le difficoltà e a parametrarle alle capacità. Una scalata ad 8000 metri, come ho avuto la fortuna di compiere, non giovano alla salute di nessuno, figurarsi ad una persona con diabete. Ma il bagaglio di esercizi necessari per centrare un simile obiettivo, anche in termini educativi, hanno comportato in me radicali cambiamenti nello stile di vita e nell’approcciarmi ad essa. In quest’ottica, il diabete complica la sfida con la ricerca di equilibri sottili e fragili, quasi effimeri. Proprio perché sottoposti a queste difficoltà, si perde paradossalmente l’esigenza del risultato ad ogni costo e ci si concede il lusso di lasciare più spazio al “come” piuttosto che al “dove”: l’azione per il gusto di agire, il viaggiare per viaggiare.
Questa consapevolezza mi aiuta ad uscire dagli schemi e dai pregiudizi. Mi consente di vivere la montagna in grande libertà e leggerezza, senza nulla togliere alla determinazione e alla voglia di arrivare il più in alto possibile. In questo senso la mia normalità passa attraverso la diversità vista dagli altri. Non è importante poi scoprire se quello che si è riusciti ad ottenere non è così lontano dalle prestazioni dei cosiddetti “normali”; questo poco importa. Questa concezione della pratica alpinistica mi ha condotto ad una posizione diametralmente opposta al concetto del “no limits”: la montagna è il campo di gioco ed i limiti individuali di ciascuno ne costituiscono le regole da accettare se si vogliono consapevolmente ridurre al minimo i potenziali rischi. Ogni volta che parto, ogni volta che lego la corda in vita, prima di staccare i piedi da terra, rammento queste regole in una prassi oramai rituale e quasi propiziatoria. E sono indipendente nella fantasia e felice come un bambino con il suo gioco.

PROFILO
Marco Peruffo, 38 anni, diabetico di tipo 1 (insulino trattato) dall’età di 10 anni, è laureato in giurisprudenza e funzionario nella pubblica amministrazione dal 1998. Da circa venti anni coltiva la passione per l’alpinismo: è stato il primo diabetico italiano e secondo al mondo a scalare una montagna di 8000 metri senza l’utilizzo di ossigeno supplementare né l’aiuto di portatori d’alta quota. È fondatore e presidente dell’associazione di promozione sportiva A.D.I.Q. (Alpinisti Diabetici In Quota) che dal 2001 promuove l’attività fisica in montagna tra i giovani con diabete