Storie in cammino: autobiografia di un viaggio

Nell’ottobre del 2004 Aldo Maldonato mi dice che a luglio 2005 sarebbe partito con un gruppo di pazienti diabetici e alcuni suoi colleghi per una spedizione alpinistica sul Peak Lenin, 7134 mt. nel Pamir Alai, ai confini tra Kirghizistan e Tagikistan. La notizia mi colpisce in profondità, mi emoziona, perché capisco subito che non è solo un viaggio, che non si tratta soltanto di una spedizione, che è tanto tutto insieme, che c’è una ricchezza immensa di senso. Mi racconta che ce ne furono altre di spedizioni  (la prima nel 2002 sul Kilimanjaro) io gli dico subito che mi piacerebbe molto partecipare, pensando che nei momenti in cui sarà possibile si potrebbe provare a usare il metodo autobiografico(1) per far raccontare a ognuno i tanti significati che ci sono dentro un’esperienza come questa. Già nella precedente occasione lui stesso aveva provato a fare delle interviste, ma ci diciamo che sarebbe interessante provare a fare qualcosa di più strutturato. All’inizio del 2005 ho conosciuto ad Assisi Marco Peruffo, il capo spedizione. Ci vediamo un minuto, ci diamo la mano scambiandoci un sorriso e due parole. Capisco subito che è uno in gamba. Entro ufficialmente nel gruppo. Poi mi ritrovo, e il salto temporale ed emotivo, ma soprattutto spaziale, è enorme, a parlare di approccio e metodo autobiografico dentro una yurta. Fa un po’ freddo, il grande buco in alto della tipica casa dei pastori dell’Asia centrale dà su un cielo dai colori invernali, intorno a me, messi in circolo, tutti i partecipanti alla spedizione. Siamo qui, ci diciamo, per metterci in gioco, tutti, senza riserve. Siamo un gruppo eterogeneo per età, provenienza, aspettative; ci sono uomini e donne con il diabete, con la passione per l’alpinismo, medici diabetologi, due medici di spedizione, alpinisti amici che daranno una mano per far sì che tutto scorra liscio, un cineoperatore e io, che vorrei raccontare insieme agli altri questa storia. Ci diciamo che proveremo man mano a svilupparla, con più punti di vista possibili, per trovare alla fine un racconto e un senso condiviso. La situazione è un po’ estrema. In inglese e in italiano – la spedizione è internazionale – dandoci tutti una mano, cominciamo a narrarci, partendo da frammenti che sono pretesti per dirsi e riconoscersi. I movimenti sono rallentati dentro le giubbe invernali, le teste imbacuccate cercano i ricordi. Le mani infreddolite cominciano a scrivere, i volti prima sorpresi di molti, per questa specie d’imboscata, si rilassano, qualche commento e poi il silenzio, la concentrazione sulle parole, sul racconto di passate esperienze di vita e di montagna, sul senso di quelle storie e dell’avventura sulla quale ci stiamo per affacciare. Una parola per la montagna, una per il diabete, una per la cura e così via, un po’ per pomeriggio, quando i preparativi e gli acclimatamenti lo consentono: è impegnativo, a tratti faticoso, ma qualcosa vien fuori, cominciano brani di racconti che poi ne innescano altri e si svelano ricordi, vien voglia di narrarsi, di aprirsi, di capire cosa è successo quella volta che…

Succede, nel corso di una vita, di perdere la rotta. Succede perché ogni storia di vita incontra i suoi ostacoli, le sue incrinature, le sue ombre. Oppure, in altri casi, una rotta vera e propria non si è mai stati capaci di immaginarla, brancolando un po’ spersi alla ricerca di qualche, seppur provvisoria, definizione di sé. Noi siamo ciò che raccontiamo di noi stessi. La nostra vita, somma di narrazioni, si fa e si ricostruisce nell’intreccio di storie e racconti che la costituiscono. Ma la trama spesso si rompe, si sfilaccia e la malattia è spesso causa di questo strappo. In una prospettiva autobiografica l’irruzione della malattia costituisce sempre una “rottura biografica”, nella misura in cui essa “impone non solo modificazioni nell’organizzazione concreta della vita, ma mette anche in causa il senso dell’esistenza degli individui, l’immagine che hanno di se stessi e le spiegazioni che essi ne danno”(2). Attraverso la narrazione, e in particolare la scrittura di sé, si ri-attraversa e ri-costruisce la propria esperienza di vita raccontandola a se stessi, e anche agli altri, per acquisire maggiore consapevolezza delle proprie capacità e possibilità. Raccontare e scrivere la propria storia permette di ri-scrivere la propria vita, di riconoscerla per il fatto di trovare nuove parole e quindi nuovi significati. Diventa dunque importante e necessario “curare” anche i significati che l’individuo attribuisce a se stesso, alla sua storia, alla sua malattia. È qui in gioco un comprendere che orienta lo sguardo e la conoscenza su di sé. La cura diventa l’esperienza in cui si schiude all’uomo la comprensione delle proprie possibilità esistenziali. Una cura che diventa terapia quando si pone alla ricerca di senso consapevole. Abbiamo dunque lavorato nella prospettiva di una pedagogia della memoria e della narrazione di sé che aiuta chi si narra a ricostruire una sua trama, a riconnettere i frammenti del proprio mosaico interiore, a ricostruire sostanzialmente l’identità, o meglio, le molte identità a cui apparteniamo. Non sempre tale compito si è rivelato facile, il racconto di sé, così come l’ascolto dell’altro, comportano oltre al dire e all’ascoltare la fatica, la stanchezza, la paura e il dolore del ricordo e del vissuto. Inoltre, il difficile contesto ambientale ha rappresentato senza dubbio un limite importante. Non è stato così semplice, alla fine, fare un bilancio condiviso. Al centro di questo mese itinerante c’era un progetto con anime diverse, tecniche che si potevano integrare e sovrapporre. Col cuore, i muscoli, i nervi, i sentimenti volevamo sperimentare un’idea ambiziosa di ‘cura’ del diabete: trovarsi insieme in un ambiente estremo, diabetici, medici, alpinisti, esploratori per misurarsi e ridefinirsi, in tutti i sensi, in un clima di condivisione. Ma in parte, credo, ci siamo riusciti, perché per molti di noi questo è stato un vero viaggio di scoperta, perché ci siamo affacciati sui nostri limiti, abbiamo cercato di capire chi viaggiava accanto a noi, i suoi desideri, le paure, le aspettative, i bisogni. Il viaggio dell’altro è diventato anche il nostro, lo abbiamo condiviso facendo talvolta un benedetto passo indietro, perché la strada fosse veramente la stessa, perché sul passo dell’altro s’aggiustasse il nostro e il cammino diventasse esperienza vera da lasciar sedimentare dentro di noi, arricchendo e rinvigorendo la materia bella di cui son fatti i sogni e le speranze. Così si può dare un senso alla nostra umanità, giungendo alla meta tutti insieme, mettendo al centro il senso del viaggio, sperimentando la lentezza e il racconto di sé, degli altri e del mondo bello di cui siamo parte, patrimonio di ricchezza e diversità che allo straordinario viaggio che è la vita dà significato e profondità.

1. Da circa quindici anni mi dedico alla raccolta di storie di vita attraverso interviste, scritture, rappresentazioni teatrali, valorizzazione di memorie e paesaggi collettivi. C’è tutto un variegato mondo di umanisti – sociologi, antropologi, pedagogisti, psicologi, filosofi – che da anni hanno adottato questo approccio come valido strumento di ricerca, formazione, cura. Tra gli altri vorrei ricordare il lavoro fondamentale svolto in Italia da Duccio Demetrio e dalla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, da lui fondata, come istituzione scientifica supportata dalla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi  di Milano-Bicocca. 
2. Herzilch C., Adam P., Sociologia della malattia e della medicina, Franco Angeli, Milano, 1999, p. 112.

Giannermete Romani
pedagogista/educatore
Perugia