Una testimonianza di fiducia e di coraggio

DIABETE E CAMBIAMENTI

 A rifletterci bene, molto di quello che riguarda il nostro corpo cambia, muta sembianza in un continuo divenire, giorno dopo giorno, in armonico silenzio con l’evolversi della vita. Quando mi diagnosticarono il diabete non fu proprio così e la prognosi non diede adito ad alcuna speranza o possibile equivoco: diabete mellito di tipo 1 insulino- dipendente. Oggi sono definito dal legislatore sanitario, insulino trattato, ma questa opera di restyling non modifica la sostanza delle cose. Il ritrovarsi improvvisamente diabetici, dall’oggi al domani, non c’è dubbio che cambi la vita, alle volte addirittura in modo drastico, quasi drammatico. Nell’innocenza e nell’inconsapevolezza dei miei nove anni, paradossalmente, fui quasi contento perché mi avevano scoperto una caratteristica che mi accomunava a un padre che adoravo e al quale devo oggi moltissimo di quello che sono diventato in seguito. In un qualunque ambito di vita e soprattutto in quello sportivo, agonistico e di alto livello, il diabete rappresenta oggettivamente un limite, un ostacolo in più, se non alla migliore performance, quanto meno al migliore autocontrollo ed equilibrio metabolico. Possedere questo tipo di percezione, dunque, sulla patologia e i limiti che essa pone alla propria vita implica già un processo di rielaborazione e di maturazione personale non facile. Nella mia storia questo momento coincise con un cambiamento radicale di prospettiva, naturalmente partito dalla mente per forgiare successivamente, il corpo.
C’è una stretta correlazione, secondo me, tra la mente e il corpo che noi animiamo, una coerenza tra azione e riflessione (e credibilità): una mente in ordine e vigile fa discendere un corpo a sua volta in ordine e vigile.
Qualcuno si chiederà cosa c’entri il diabete in tutto questo e la mia risposta è il controllo e la vigilanza permanenti su se stessi.
Arrampicare su roccia significava, per l’allora neofita alpinista che ero, conoscere e cercare di prevenire tanto le crisi ipoglicemiche quanto i temibili rebound iperglicemici che contraevano il gesto muscolare aumentando la sensazione della paura, del rischio e del pericolo, mettendo così a repentaglio la propria e l’altrui incolumità.
Il diabete mi ha richiesto quindi questo tipo di sforzo, questa forza di volontà, fortemente alleggerita e alleviata dalla passione per l’alpinismo e la montagna. Il diabete, in altri termini, mi ha costretto -volente o nolente – a pretendere il massimo da me stesso, con la massima serietà e l’impegno di cui disponevo.
Questa è la percezione di cambiamento che il diabete ha preteso da me. Non so dire se il risultato sarebbe stato il medesimo anche senza di esso. Faccio parte di quella schiera di persone che non ha potuto avere un termine di confronto tra il prima e il dopo, anche perché l’età era quella che era. Nell’adolescenza ho poi subito il diabete come molti, fingendo, ignorando, allontanando una presenza che mi chiedeva una cosa sola: guardarmi dentro con onestà. La montagna, nel mio caso, ha reso tutto più semplice. Ora, alla soglia dei quarant’anni, spero che all’aiuto motivazionale rappresentato dall’alpinismo si sostituisca gradualmente una motivazione scevra da elementi esterni, forte della più grande consapevolezza di perseguire una lunga (si spera) aspettativa di una vita vissuta in efficienza e quindi di qualità. Sotto questo aspetto lo sport è di grande aiuto.
È scomodo e fuori moda parlare oggi a un pubblico di soggetti già gravati da una patologia come il diabete di fatica, di autodisciplina, di controllo, ma nella realtà è ciò che serve, questo e poco altro.

 Marco Peruffo.
dopsy@libero.it